venerdì 7 novembre 2008
Ponticelli rulez

La prima cosa che ti viene da pensare quando chiudi Blatta è "perchè Ponticelli non si scrive tutte le storie da solo?".
A me è parso un capolavoro, ci sono impazzita.
A parte formato e stampa eccezionali, mi sa tanto di lezione di fumetto con i controcazzi, la regia.
Tutto il buio in cui la storia è annegata ti fa venir voglia di spalancare gli occhi il più possibile per assorbire avidamente quanto di nascosto sembra celarsi nello spazio tra una vignetta e l'altra, in mezzo a quelle immagini che emergono come fossero state percepite da un occhio appena risvegliatosi da un sonno obliato o da un coma.
Alcuni sono frammenti, fotogrammi muti, e ti immagini in sottofondo un ronzio continuo e asettico, e i rumori sordi e i movimenti ovattati come da dentro a una tuta da palombaro.
Una di quelle cose che immagini soltanto, quelle sensazioni febbrili, fatti di luce gialla di scirocco, che ti rimangono dopo un brutto sogno e ti turbano tutto il giorno.
Ponticelli le mette su carta con disinvoltura, e hai la netta, precisa sensazione che è di quanto più naturale possa concepire.
Ma la storia.
La storia è quella che ognuno può covare dentro quando rimanda una decisione, quando si convince che non intervenire nella propria vita, restare fermi, il più immobile possibile, sia l'unico modo per preservarsi, per sopravvivere.
Un esercito di sconfitti popola questa storia, languide ombre sospese tra la solitudine e l'ansia di esistere, senza responsabilità, autocoscienza, autodeterminazione, senso critico, tattile, olfattivo.
Personaggi che galleggiano in un'esistenza replicabile per disinfettare ogni possibile colpa, che la combinazione di un paio di tasti può azzerare, rendere inavverata.
Ti toglie il fiato il cinismo puro del racconto, dal finale assolutamente degno.


